Il 74° Festival di Cannes

dal nostro inviato a Cannes

Maurizio Turrioni

Storica gaffe di Spike Lee

Era scontato che questa 74° edizione del Festival di Cannes sarebbe finita agli annali. Perché prima grande kermesse internazionale dopo quindici mesi di lockdown causa pandemia. Perché affollata di film e di star, molte delle quali (come il nostro Nanni Moretti) rimaste in attesa che la Croisette riaprisse le porte dopo l’annullamento della passata edizione (ridotta a evento online). Perché per la prima volta a presiedere la giuria è stato chiamato un cineasta di colore: quello Spike Lee pure lui rimasto fedele all’impegno preso malgrado il rinvio (e ricompensato con l’utilizzo del suo volto per il manifesto ufficiale del festival).

Nessuno però avrebbe mai immaginato che avrebbe fatto storia per la sua cerimonia di chiusura, officiata da un’affannata Doria Tillier: la più divertente, pasticciata e in fondo ridicola di sempre. Per colpa proprio del capo giuria, presentatosi sul palcoscenico con un variopinto completo stile Magritte, ma totalmente digiuno dei rituali previsti per il Palmarès. Tanto da commettere subito la gaffe più clamorosa, spoilerando (cioè svelando anzitempo) il film Palma d’Oro invece di tenerlo per ultimo iniziando dagli altri premi. Appena Spike Lee ha biascicato il titolo segretissimo due giurati francesi, l’attrice Mélanie Laurent e il suo collega Tahar Rahim, gli si sono buttati addosso bloccandolo e coprendolo con le loro voci. Ma ormai la frittata era fatta e da quel momento la cerimonia è proseguita, sotto gli sguardi furibondi di Pierre Lescure (presidente del festival) e Thiérry Fremaux (direttore generale), inanellando un’incredibile catena di imbarazzi. Figura barbina quella fatta da Spike Lee, a tal punto smarrito da sembrare un sessantenne ormai rimbambito.

Una discutibile Palma d’Oro

Altro evento storico della serata, in senso negativo, è stata proprio l’assegnazione della Palma d’Oro a Titane (Titanio), opera seconda della giovane regista francese Jiulia Ducournau. La platea di ospiti e addetti ai lavori non si è divisa tra fischi e applausi, come avvenne nel 1987 per la discussa vittoria di Maurice Pialat con Sotto il sole di Satana. Né ci sono stati educati dissensi e occhi alzati al cielo come per l’incoronazione nel 2010 de Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti del thailandese Apichatpong Weerasethakul (uno dei film più noiosi mai visti sulla Croisette, tanto che alla fine della proiezione avevamo resistito in poche decine dei quasi mille critici inizialmente presenti). Stavolta incredulità e ironia sono stati generali. Neppure alla maggior parte dei giornalisti francesi era piaciuto.

Per Mereghetti del Corriere della Sera: «un film senza né capo né coda». Per Morreale di Repubblica: «di gran lunga il peggiore visto in concorso». Per noi, un lavoro mal riuscito e furbetto la cui trama, a metà tra thriller e horror, pare costruita apposta per blandire le mode di oggi: la fluidità di genere (maschio o femmina ormai non fa differenza) e la contiguità tra normalità e mostruosità (vedi i tanti tragici fatti di cronaca). Insomma, un bel pasticcio: provocatorio, violento, psichedelico.

Al centro della vicenda Alexia (l’esordiente Agathe Rousselle), ragazza arrabbiata col padre e con la vita, sopravvissuta a un terribile incidente stradale grazie a una placca in titanio sul cranio, che diventa una cyber killer capace di sentimenti solo per le auto potenti. E qui la storia vira nel surreale con Alexia che resta incinta facendo sesso con una Cadillac. Scappa e durante la fuga incontra Vincent (Vincent Lindon), maturo pompiere che vive fuori dalla realtà da quando suo figlio Adrien, bambino, è scomparso. Vincent, non si sa come, si convince che Alexia sia in qualche modo Adrien. Altra svolta incongrua e accattivante…

Asghar Farhadi, il migliore

A riscattare la confusa giuria è il Grand Prix, una sorta di secondo posto del Palmarès, assegnato ex-aequo al film più bello visto sulla Croisette, Un eroe dell’iraniano Asghar Farhadi (beffarda parabola di un uomo mite, incarcerato per debiti, alla disperata ricerca di una seconda possibilità prima di capire che cosa conti veramente) e a Compartimento n.6 del finlandese Juho Kuosmanen (sorprendente incontro tra studentessa e minatore su un treno della Transiberiana).

Altro ex-aequo per il Prix du Jury, ovvero il terzo gradino del podio. Lo hanno condiviso Il ginocchio di Ahed dell’israeliano Nadav Lapid (coraggioso atto di accusa contro un governo oppressivo e razzista, lontano dai valori della sua gente) e Memoria del thailandese Weerasethakul (di nuovo lui e altra botta di noia: stavolta, la protagonista va a trovare in Colombia la sorella floricultrice, malata). Una volta gli ex-aequo erano vietati a Cannes. Con questi la giuria di Spike Lee ha segnato un nuovo record, dimostrando soprattutto di non essere d’accordo quasi su nulla. E costringendo l’organizzazione a prolungare la cerimonia finale fin quasi all’ora e mezza, altra cosa mai accaduta prima (tanto che i Tg serali francesi non hanno avuto modo di annunciare la Palma d’Oro).

Sparpagliati, di conseguenza, pure i premi minori. Sacrosanto quello per la regìa al francese Leos Carax per il musical Annette. Discutibili il premio per la sceneggiatura a Drive my car del giapponese Hamaguchi Ryosuke e per la miglior interprete femminile alla danese Renate Reinsve, protagonista di Julie (in 12 capitoli). Un totale abbaglio il premio come miglior attore al giovane Caleb Landry Jones per il film australiano Nitram: un furto perpetrato ai danni di Adam Driver, davvero straordinario nel film di Carax. Un Palmarès in gran parte fallace in cui non ha trovato posto Nanni Moretti col suo Tre piani. Film ben interpretato e ricco di sostanza ma forse troppo amaro e riflessivo, privo di quel tocco di autoironia che invece tanto amano sulla Croisette. Comunque, una delusione condivisa con cineasti illustri come François Ozon, Paul Verhoeven, Sean Penn, Wes Anderson, Bruno Dumont, Jacques Audiard… tutti tornati a casa a mani vuote.

Bellocchio, premio alla carriera

A tenere alto l’onore del cinema italiano ha provveduto, per fortuna, Marco Bellocchio al quale Paolo Sorrentino ha consegnato la Palma d’Oro d’onore, strameritata per una carriera costruita tutta controcorrente. «Le cose buone che ho fatto hanno sempre combinato due concetti», ha detto il regista piacentino, 81 anni. «Immaginazione e coraggio sono d’obbligo per chi fa questo mestiere. L’ispirazione, se non si scontra con una realtà che spesso resiste e si oppone, non si trasforma in immagine». Una lezione per molti che erano qui a Cannes.

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