La nostra Italia sempre più fragile

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Dal crollo del ponte Morandi all’incidente del Mottarone, il Paese sembra sgretolarsi sotto i nostri occhi, piegato da una sfrenata corsa al profitto. Ma, per costruire un futuro davvero prospero, occorre recuperare l’etica del lavoro e la responsabilità.

«Questo è il tempo di costruire il futuro», ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso pronunciato in occasione del 2 giugno. «Oggi come 75 anni fa, siamo a un tornante del nostro cammino, dopo le due grandi crisi globali, quella economico-finanziaria e quella provocata dalla pandemia». Allora uscivamo in macerie da una guerra devastante, eppure l’Italia che ora sta faticosamente tentando di riemergere dalla doppia crisi appare più fragile e allo sbando, incapace di riconoscere le sue ferite, se non quando sanguinano. E sanguinano spesso. L’incidente del Mottarone, in Piemonte, in cui la caduta di una funivia, in seguito alla rottura di un cavo, ha provocato la morte di 14 persone, è solo l’ultima tragedia in ordine di tempo. Prima, tra i casi che più hanno colpito l’opinione pubblica, ci sono stati il crollo del ponte Morandi a Genova nell’agosto del 2018, il crollo di un cavalcavia sull’autostrada A14 nel marzo del 2017, il cedimento di un altro cavalcavia sulla Milano-Lecco nell’ottobre precedente, l’incidente ferroviario tra due treni a Corato, in Puglia, nel 2016. Soltanto il fatto di essere in lockdown ha evitato una strage nel crollo di un altro ponte in Toscana nell’aprile del 2020, ma non si contano le vittime di alluvioni provocate da piani urbanistici spregiudicati e da abusivismo dilagante, di cadute di edifici mal costruiti e mal manutenuti, di incendi dolosi per mano di chi ne trae profitto. Ed è proprio questa la parola che sembra legare tutti questi avvenimenti: profitto. Perché, al netto degli errori umani, alla base di tutto – dal meccanismo di sicurezza disattivato per evitare il blocco dell’impianto sul Mottarone (benché resti alla magistratura il compito di accertare responsabilità e motivazioni) alle case travolte dall’acqua perché edificate in luoghi non idonei – sembra esserci una logica di guadagno che calpesta perfino la sacralità della vita. «Ponendo al centro non più il benessere della società ma i propri profitti, le imprese sembrano aver perso la responsabilità etica», spiega Cristina Morini, responsabile delle attività di ricerca dell’associazione Basic Income Network Italia e autrice del libro Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo. «Questa situazione non è solo italiana, riguarda tutto il mondo occidentale. Il New York Times ha fatto notare che, durante la pandemia, di fronte alle perdite di ricavi, tante grandi imprese hanno licenziato i dipendenti, mentre amministratori delegati e soci hanno continuato a guadagnare milioni di dollari. Ma accade spesso che le azioni di un’azienda che lascia senza lavoro migliaia di persone salgano moltissimo, perché viviamo e lavoriamo in un mondo dominato dalle rendite finanziarie, che hanno smaterializzato la produzione». E non si tratta solo di disoccupazione in multinazionali quotate in Borsa, ma anche di azioni e decisioni che mettono a rischio la vita stessa: dei dipendenti, dei clienti e dei consumatori. «Conseguenze gravissime di cui spesso le imprese si lavano le mani», precisa l’esperta. «Pensiamo proprio alla tragedia della funicolare di Stresa o ai fanghi tossici utilizzati come fertilizzanti per i campi in Lombardia che produrranno il mais destinato ai bambini, ma anche a Luana D’Orazio, l’operaia morta a 22 anni stritolata da un telaio nella fabbrica in cui lavorava. Certo, resta la responsabilità individuale, ma a determinare i provvedimenti sono spesso situazioni ricattatorie, in cui si finisce per accettare, forse, di togliere la paratia al telaio per velocizzare la produzione o di eliminare un freno all’impianto». La sensazione è che questa logica, che porta vantaggi solo a una minoranza, tenga in pugno con precarietà, mancanza di prospettive, stipendi esigui le vite della maggioranza delle persone. «Vite che non contano, come dice la filosofa Judith Butler, vite che all’interno dei meccanismi di potere non hanno neanche diritto alla sopravvivenza, perché si collocano sul gradino più basso della scala sociale, perché si tratta di stranieri, poveri, donne. Perché, in definitiva, sono vite lontane dalle stanze del potere», continua Morini. Ma poi sono queste vite che di fatto costruiscono ponti, gallerie, palazzi, che raccolgono la frutta e la verdura che arrivano nei nostri supermercati, che curano le persone in ospedali diventati aziende, che insegnano ai nostri figli in scuole pericolanti. E non si può riversare solo sul senso di responsabilità del singolo ciò che dovrebbe essere responsabilità delle imprese e dello Stato. «Oggi la Corporate social responsability è diventata quasi un vessillo da sbandierare», evidenzia Morini, «ma la responsabilità sociale delle imprese non può essere ridotta a uno slogan o a un’operazione di marketing. Ci vuole una presa d’atto più seria, nei confronti dei lavoratori assunti e dei consumatori che acquistano i prodotti. Le scelte fatte dalla politica hanno reso fragile uno degli attori dell’equilibrio sociale, cioè la classe lavoratrice, i cui diritti sono sempre più compressi. Ma se lo Stato non si fa garante della democrazia e non è attento a controllare e a sanzionare gli abusi, il mercato si sente libero da obblighi e limiti. Pensiamo anche solo a ciò che è successo all’inizio della pandemia, quando città e territori avevano gridato a gran voce che non si sarebbero fermati, ma avrebbero proseguito a ogni costo l’attività produttiva». Anche lo Stato, dunque, ha abbandonato la sua etica? «Il timore è un po’ questo», ammette Morini. «Sembra che abbia un po’ perso di vista il suo ruolo e sia diventato uno strumento di attuazione di altre logiche. Logiche che dipendono forse dal mercato? Lascio il punto di domanda per non chiudere le porte alla speranza. Lo Stato dovrebbe porre la sua attenzione su sistema sociale, sicurezza, stabilizzazione del lavoro, ricerca e innovazione, avendo una visione ampia e globale. Lo Stato, l’impresa, i lavoratori devono riabituarsi alla lungimiranza. Solo così questo Paese fragile può sperare di riconsolidarsi».

Annalisa Misceo

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