Giovani medici in prima linea

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Trentenni con il camice bianco che, nelle corsie e negli ambulatori, si sono trovati faccia a faccia con il covid. E che hanno fatto di tutto per cercare di portare in salvo i loro pazienti.

Li abbiamo chiamati eroi e applauditi con entusiasmo dai balconi. Per mesi li abbiamo ascoltati mentre ci spiegavano come dovevamo comportarci e come stava mutando il virus. Le loro immagini apparivano in televisione e sui giornali: abbiamo visto la loro stanchezza, li abbiamo incitati nello sforzo, lodati per lo spirito di sacrificio. Ci siamo accorti di quanto sono e possono essere fondamentali. Fino ad arrivare a oggi, quando li abbiamo nuovamente dimenticati. Il 27 maggio scorso, in piazza di Monte Citorio, c’erano centinaia di giovani medici a protestare contro il cosiddetto «imbuto formativo»: nelle università italiane si laureano ogni anno circa 22 mila medici a fronte di 6 mila posti disponibili nelle scuole di specializzazione. Troppo pochi, a maggior ragione se si pensa che lo Stato, per i sei anni di formazione universitaria, spende circa 150 mila euro a studente. Il settore delle malattie infettive, poi, da tempo non era una priorità: a dimostrarlo le cento borse di studio in tutta Italia all’anno. Un’assenza di visione e di prospettiva che da tempo attanaglia il nostro Paese.

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Marta Perrini

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