Noomi Rapace la sfida di Teresa

L’attrice svedese interpreta Madre Teresa nel film che racconta la fondazione delle Missionarie della Carità. Un ruolo complesso e una delle prove più riuscite della sua carriera.
Lisbeth si fa suora. Non si tratta dell’ennesimo colpo di scena letterario, della prosecuzione da parte di un altro scrittore di una serie di romanzi di enorme popolarità, malgrado la morte dell’autore. La trilogia Millennium firmata dallo svedese Stieg Larsson, venduta in milioni di copie nel mondo e trasposta splendidamente al cinema in tre film di successo al botteghino (Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco, La regina dei castelli di carta), stavolta non c’entra nulla. Il fatto è che la carriera di Noomi Rapace, l’attrice svedese scoperta dal pubblico proprio grazie al personaggio interpretato nell’appassionante trilogia noir, ha preso il volo.
La minuta ma tosta Noomi ha convinto spettatori e critici di essere brava anche nei ruoli più sfumati. Chiamata da registi di fama come Guy Ritchie (Sherlock Holmes – Gioco di ombre), Brian De Palma (Passion), Michael Apted (Codice Unlocked) e soprattutto da Ridley Scott (che crede in lei al punto da averla voluta protagonista sia in Prometheus che in Alien: Covenant), Rapace ha accettato la proposta dalla regista macedone Teona Strugar Mitevska e ha vestito l’abito da suora per interpretare Teresa – La madre degli ultimi. Qualsiasi attore sa che vestire i panni, in modo credibile e coinvolgente, di un religioso realmente esistito è tra le scommesse più alte di chi recita per mestiere. Ma calarsi nel ruolo di una figura femminile tra le più importanti del Cristianesimo, di quella donna che con coraggio e tenacia ha fatto di tutta la vita una missione in favore dei poveri, della santa più amata della modernità (canonizzata da papa Francesco giusto dieci anni fa) era davvero la sfida più ardua.
Specie dopo che nella stessa parte si era già calata con bravura una interprete sopraffina come Olivia Hussey: l’attrice britannica lanciata da Franco Zeffirelli nella serie Gesù di Nazareth (in cui era la Vergine Maria) era stata infatti scelta nel 2003 da Fabrizio Costa per il film-tv, in due parti, Madre Teresa. Bello, seppure in stile agiografico. Niente a che vedere con la crudezza portata sullo schermo da Mitevska.
«Ho voluto raccontare uno dei momenti più intensi nell’esistenza di Madre Teresa: i sette giorni che segnarono la sua vita», spiega la regista nata 52 anni fa a Skopje, nota a livello internazionale per Dio è donna e si chiama Petrunya, denuncia dei retaggi patriarcali della Macedonia. «Dopo un lungo periodo di riflessione, Teresa prende la sofferta ma risoluta decisione di lasciare il convento di Entally, retto dalle suore di Loreto a Calcutta, dove ha vissuto per anni, per dare vita a un nuovo ordine religioso al servizio dei più poveri tra i poveri: le Missionarie della Carità. Cosa che sarebbe complessa oggi, figurarsi nel 1948. In attesa dell’autorizzazione da parte del Papa, Teresa non si scontrerà solo con la durezza della realtà, ma anche con difficoltà interne al suo mondo. Con l’establishment maschile dominante in Vaticano e contro la vera natura di colei che avrebbe dovuto succederle».
Il seguito sulla rivista.
di Maurizio Turrioni


