Ungheria, Paese in bilico

A pochi mesi dalle prossime elezioni, Viktor Orbán affronta una sfida decisiva. Una nuova opposizione mina, infatti, il suo consenso, mentre sanzioni e dissensi riaprono la partita politica.
È nel cuore dell’Europa, ma dall’Europa e dai suoi valori si sta allontanando sempre di più. Nell’aprile dell’anno prossimo, quando l’Ungheria andrà al voto, sapremo se il processo si rivelerà inarrestabile. «I politologi hanno definito in circa venti modi diversi, tra cui democrazia ibrida e autocrazia elettorale, il sistema politico del Paese magiaro», racconta l’italo-ungherese Stefano Bottoni, docente di Storia dell’Europa orientale e storia globale all’Università di Firenze, «che in questo momento non è né una democrazia né un regime autoritario. A differenza di quest’ultimo, in territorio ungherese si tengono regolarmente le elezioni, ma il modello resta la Russia di Putin, dove in teoria esistono altri partiti, ma nessuno pensa realisticamente di competere, risultando così funzionale alla legittimazione dell’ordine esistente. La situazione si è presentata in questi termini dal momento in cui nel 2010 Viktor Orbán ha preso il potere fino a circa un anno fa, quando Péter Magyar si è scisso dal partito maggioritario Fidesz fondando Tisza (il Partito del rispetto e della libertà) che al momento i sondaggi danno in vantaggio». Al di là delle previsioni elettorali, la notizia è che, per la prima volta, Orbán non ha la certezza di vincere. Alla convincente figura di Magyar, che, provenendo proprio da Fidesz, conosce dall’interno le distorsioni e gli abusi del potere, si somma la difficile situazione economica di una nazione in recessione. «Il leader di Tisza ha scelto una via senza ritorno perché ha scardinato il meccanismo di consenso silenzioso del sistema», spiega il professore. «Quando Orbán all’inizio di settembre ha dichiarato di non poter perdere le elezioni, ha in realtà affermato che utilizzerà ogni metodo per vincere, anche a costo di elevare il livello dello scontro: colpire l’avversario sul piano giudiziario o trovare uno stratagemma per escludere il suo partito dal voto, mentre Fidesz ha ormai fagocitato tutta l’opposizione. È una scommessa a tutto campo, l’ultima chiamata a un cambiamento pacifico. Se Fidesz dovesse prevalere, non resterebbe che una rabbia popolare priva di rappresentanza politica. Se, invece, Orbán fosse sconfitto, gli sono state annunciate la prigione, la confisca dei capitali e la punizione retroattiva della corruzione degli ultimi quindici anni. Viene promessa una vera trasformazione, non semplicemente un avvicendamento di governo».
A complicare il quadro si aggiungono la vicinanza con la Russia e il legame con altre potenze autocratiche in un contesto internazionale complesso come quello odierno. La guerra russo-ucraina aveva rappresentato il cavallo di battaglia di Orbán nelle elezioni del 2022, vinte con una campagna a favore della pace secondo i dettami russi, cosicché l’Ungheria potesse approfittare della carcassa dello Stato ucraino. O ancora, a fronte del divieto europeo di acquisto di petrolio russo, a oggi — benché non vi sia più alcun vantaggio economico — sono importatori la Slovacchia e il Paese magiaro, di cui il Cremlino controlla peraltro la comunicazione fin nel dettaglio.
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di Marta Perrini


