La sfida di Ellen Pompeo

Dopo vent’anni nei panni della dottoressa Meredith Grey di Grey’s Anatomy, l’attrice statunitense torna in tv con la serie Good American Family, in cui interpreta una madre accusata di aver abbandonato la figlia adottiva. Un ruolo che invita a riflettere sul concetto di genitorialità.
Lo aveva annunciato ed è stata di parola. Ellen Pompeo, star di Grey’s Anatomy, una delle serie tv di maggior successo (nel genere medical drama ancor più di E.R. con George Clooney, che narrava le vicende dei sanitari di un pronto soccorso di Chicago), ha detto addio al suo personaggio, la dottoressa Meredith Grey, e alla quarantina di colleghi dell’immaginario ospedale di Seattle, con cui ha incrociato destini professionali e personali. In maniera appassionata, a giudicare dall’affetto del pubblico e dal successo sugli schermi di tutto il mondo. Dopo 443 episodi e vent’anni di onorata carriera nello stesso posto di lavoro, la dottoressa Grey ha scelto di trasferirsi a Boston, promettendo, però, di «tornare di tanto in tanto perché, dopo tutto, quella è casa». Esattamente ciò che ha deciso di fare l’attrice: «Nell’ultima stagione ho preso parte a sette episodi e la voce narrante, fuori campo, continua a essere la mia. Resterò sempre legata a questa serie, che mi ha permesso di fare il mestiere che amo e allo stesso tempo di crescere la mia famiglia senza dover gestire imprevisti e spostamenti. Adesso, però, ho voglia di esplorare cose nuove, completamente diverse. Mi è stata offerta l’occasione giusta per voltare pagina. È stato meraviglioso».
Ora che i figli (Stella Luna, Sienna May ed Eli Christopher) sono adolescenti, Pompeo non ha esitato a rimettersi in gioco accettando la proposta della produttrice Katie Robbins di vestire i panni di Kristine Barnett, madre assai discussa nelle cronache statunitensi, protagonista della serie Good American Family (visibile su Disney+). Al centro del racconto la vicenda, realmente accaduta, di mamma Kristine e di papà Michael che, dopo tre figli maschi (di cui uno autistico, amatissimo), decidono di adottare una bambina ucraina di sette anni, abbandonata perché affetta da una rara forma di nanismo. Storia edificante di una buona famiglia americana, come recita il titolo? Mica tanto. Il fatto è che Natalia Grace (la ragazzina interpretata da Imogen Faith Reid) resta comunque segnata dai traumi subiti. E i suoi strani comportamenti arriveranno al punto di far dubitare i genitori adottivi della sua vera età: un giudice darà loro ragione, cambiando legalmente la data di nascita di Natalia che, di colpo, si ritroverà un’adulta di 23 anni. Convinti che lei li stia truffando e rappresenti addirittura una minaccia per la famiglia, i coniugi abbandoneranno Natalia in un appartamento di Lafayette, nell’Indiana, trasferendosi in Canada. Come sempre accade negli Stati Uniti, il clamoroso caso finirà in tribunale dividendo l’opinione pubblica. «Non ho accettato il ruolo con l’obiettivo di ritrarre una persona reale», spiega la protagonista, 55 anni. «Lo scopo non era spiegare quanto successo, ma parlare di genitorialità, di salute mentale, di disabilità, di abusi infantili. Temi importanti da trattare con delicatezza: in questo sono stata aiutata dalla lunga vita sul set e dalla mia esperienza di madre. Essere genitore aiuta, infatti, a capire le convinzioni di una madre su cosa sia meglio per un figlio. A ciò si aggiunga la pressione imposta dalla società: una madre è pur sempre un essere imperfetto a cui tutti chiedono di fare la cosa giusta».
Il seguito sulla rivista.
di Maurizio Turrioni


