La fede di padre in figlio

David Sassoli, politico di recente scomparso, ha portato a tutti noi una testimonianza laica ed evangelica. Perché la Buona novella deve essere tramandata attraverso le azioni e le opere, senza tirarsi indietro.  

La conduttrice del Tg1, Elisa Anzaldo, ai recenti funerali di David Maria Sassoli, lo aveva detto in modo chiaro, ricordando l’amico e collega giornalista: «Hai sfondato muri di gomma con la tenacia della tua gentilezza, con l’ostentazione del rispetto che avevi per gli altri, con lo sfinimento del dialogo, la forza della prudenza e la dirompenza della tua mitezza. A noi lasci una caparbia lezione di ottimismo». 
Già, la dirompenza della mitezza. Mitezza che ha accompagnato per giorni il ricordo di Sassoli, quando lunedì 17 gennaio, durante la commemorazione dell’ex presidente del Parlamento europeo, tutti hanno visto, attraverso le immagini che sono arrivate da Strasburgo, delle rose bianche accanto agli scranni dei parlamentari. Perché una rosa bianca? Per indicare un cristianesimo buono, gentile, ospitale, non esigente e radicale. Perfino profetico, quando abbiamo saputo che David Sassoli, sì, proprio lui, l’ex giornalista del Tg1 poi diventato politico, quello con il volto bello e gli occhi azzurri, aveva aperto durante il lockdown la mensa del Parlamento ai più poveri e a coloro che non sapevano dove trovare un tetto.
Una ventata di testimonianza, laica ed evangelica al tempo stesso, ha investito gli italiani che attraverso la tv (almeno questa volta, sana tv) si sono accorti di una storia di bene. 
Ma chi era David Sassoli? Perché non lo abbiamo conosciuto prima? Perché non sapevamo da dove venisse, che percorso educativo e culturale avesse fatto? Chi erano i suoi maestri? Domande che hanno iniziato a impossessarsi dei social, impazziti per cercare di saperne di più, delle chat improvvisate tra amici, degli speciali dei giornali e delle televisioni.
Insomma, il grande dilemma di un racconto biografico della testimonianza che, inutile starci a girare intorno, le agenzie educative, la Chiesa, le nostre reti ecclesiali hanno dimenticato di fare da molto tempo.

Il seguito sulla rivista.

di Gianni Di Santo

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