La santa di strada

Lucia Ripamonti, suora delle Ancelle della carità di Brescia, è stata riconosciuta beata. Perché ha portato amore dove c’era odio, pane dove c’era fame e speranza dove c’era disperazione.

Ero solo un ragazzino curioso che suor Irene, direttrice dell’istituto, prendeva per mano quando doveva lasciare Salò per recarsi in città alla Casa madre delle Ancelle della carità dove, appena varcato il portone, c’era lei, sorella Lucia, che con un sorriso compensava la fatica del viaggio e mi assicurava due ore buone di giochi e corse in su e in giù per i corridoi del severo convento.
Adesso che quella suora portinaia è stata innalzata alla gloria degli altari col titolo di beata (è accaduto sabato 23 ottobre 2021 a Brescia) sento addosso il peso di una conoscenza fortunata, però mai sufficientemente approfondita. Se potessi, chiederei a suor Lucia di perdonarmi per non aver cantato ad alta voce la sua piccola ma già visibile santità, e anche per non aver raccontato a destra e a manca tutto il bene che sapevo possedeva e distribuiva senza mai chiedere conto delle ragioni che spingevano persone diverse a supplicare d’essere aiutate.
L’ho conosciuta questa suora che adesso è diventata beata e le ho voluto bene. Mi insegnò il segreto della felicità, che non consiste, diceva, nello stare bene da soli, ma insieme, belli, brutti, poveri, ricchi, ignoranti o intelligenti non importava, purché disposti a darsi la mano e a condividere quel che il tempo metteva a disposizione.

Il seguito sulla rivista.

di Luciano Costa

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