L’Africa guarda al futuro delle donne

Le mutilazioni genitali costituiscono una grave violazione dei diritti femminili. Contro questa pratica, dannosa anche per la salute, lotta Nice Leng’ete, attivista e ambasciatrice di Amref.

È una piaga che colpisce oltre 200 milioni di donne e bambine nel mondo, minacciando la loro salute, il loro benessere fisico e psichico, i loro diritti, la loro stessa vita. La mutilazione genitale femminile – nelle sue varie forme, dal taglio del clitoride all’infibulazione – è una pratica diffusa in trenta Paesi, soprattutto in Africa e in Medio Oriente. La sua storia affonda le radici in tradizioni comunitarie antiche, che nulla hanno a che fare con la fede religiosa, bensì con credenze sociali e culturali. Alla base di questa pratica c’è la convinzione che le bambine non “tagliate” siano impure e che la mutilazione segni il passaggio dall’infanzia all’età adulta. 
Le ragazze “tagliate” vengono considerate pronte per sposarsi e fare figli. Una volta mutilate, vengono destinate al matrimonio, devono lasciare la scuola, rinunciare all’istruzione e a realizzarsi nella vita. Le mutilazioni creano così un terribile circolo vizioso fatto di ignoranza, matrimoni forzati e precoci, gravidanze in giovanissima età (e relativi rischi per la salute materno-infantile), sottomissione, assenza di autonomia. 
La pandemia ha aggravato il problema. In molti Paesi africani, infatti, la scuola rappresenta un baluardo, un rifugio per le bambine. Il venire meno della didattica in presenza ha reso tantissime ragazzine, recluse tra le pareti domestiche, molto più vulnerabili ed esposte a violazioni, come la mutilazione.
Le conseguenze di quest’ultima sono terribili: dal dolore alle infezioni, dalla perdita o diminuzione del piacere sessuale alle gravi complicazioni durante il parto. 
Combattere le mutilazioni è un cammino complesso, difficile. 

Il seguito sulla rivista.

di Giulia Cerqueti

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