Mai più tornerò sui miei passi

«Sono una donna che si è destata / Mi sono alzata e sono diventata una tempesta
che soffia sulle ceneri / dei miei bambini bruciati / Dai flutti di sangue del mio fratello morto sono nata / L’ira della mia nazione me ne ha dato la forza / I miei villaggi distrutti e bruciati mi riempiono di odio contro il nemico, / Sono una donna che si è destata, / La mia via ho trovato e più non tornerò indietro.
Le porte chiuse dell’ignoranza ho aperto / Addio ho detto a tutti i bracciali d’oro / Oh compatriota, io non sono ciò che ero. / Sono una donna che si è destata. / La mia via ho trovato e più non tornerò più indietro.
Ho visto bambini a piedi nudi, smarriti e senza casa / Ho visto spose con mani dipinte di henna indossare abiti di lutto / Ho visto gli enormi muri delle prigioni inghiottire la libertà
nel loro insaziabile stomaco / Sono rinata tra storie di resistenza, di coraggio / La canzone della libertà ho imparato negli ultimi respiri, / nei flutti di sangue e nella vittoria / Oh compatriota, oh fratello, non considerarmi più debole e incapace / Sono con te con tutta la mia forza sulla via di liberazione della mia terra.
La mia voce si è mischiata alla voce di migliaia di donne rinate / I miei pugni si sono chiusi insieme ai pugni di migliaia di compatrioti / Insieme a voi ho camminato sulla strada della mia nazione, / Per rompere tutte queste sofferenze, tutte queste catene di schiavitù, / Oh compatriota, oh fratello, non sono ciò che ero / sono una donna che si è destata / Ho trovato la mia via e più non tornerò indietro». 

Mai più tornerò sui miei passi è la poesia più conosciuta di Meena Keshwar Kamal, poetessa afghana barbaramente uccisa nel 1987, quando aveva solo trent’anni. Meena, il cui nome significa “amore”, era un’attivista politica, fondatrice dell’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan, aveva fondato una rivista per donne e una scuola per aiutare i bambini rifugiati e le loro madri. Credeva in un coinvolgimento più importante delle donne sia nel campo politico che sociale ed è a lei e al suo coraggio che oggi guardano le giovani afghane che stanno manifestando a Kabul. Nella capitale infatti alcune studentesse femministe stanno, nel nome di Meena, portando avanti un’opposizione silenziosa, fatti di piccoli gesti di resistenza e solidarietà.

Raja, 26 anni, iscritta a Scienze politiche, racconta che hanno distribuito i burqa delle nonne alle ragazze, perché non essendo più in uso da anni, molte non ne avevano, gli assorbenti, perché per una donna è impossibile ora uscire di casa, e cercano di tutelare le loro compagne che hanno fatto ritorno in provincia, dove si stanno verificando le peggiori atrocità. «Le ragazze fuori Kabul», racconta Raja in contatto telefonico con la Casa delle donne di Milano, «riferiscono di stupri, controlli ginecologici per accertare la verginità, liste in formazione delle donne in età fertile papabili come future mogli dei talebani. Parlate più che potete di noi, vogliono che ci lasciate sole».

Ascoltiamo l’appello di Raja, non dimentichiamoci delle donne afghane.

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