Il Papa: «La fame nel mondo è un crimine contro l’umanità»

Fino al 28 luglio il governo italiano ospiterà a Roma il pre-vertice del Food system summit 2021 che si terrà a settembre a New York, promosso da tre agenzie delle Nazioni Unite: la Fao, Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, l’Ifad, Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo e il Wfp, Programma alimentare mondiale. Il pre-vertice ha un obiettivo ambizioso e di non facile realizzazione: coinvolgere i principali attori del sistema alimentare mondiale nel raggiungimento dei 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile dettati dall’Agenda 2030.

Anche il Papa ha salutato l’inizio del pre-summit inviando un messaggio al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e ai partecipanti. «Produciamo cibo a sufficienza per tutti, ma molti restano senza il pane quotidiano», ha scritto. «Questo “costituisce un vero scandalo”, un crimine che viola i diritti umani fondamentali. Pertanto, è dovere di tutti sradicare questa ingiustizia attraverso azioni concrete e buone pratiche, e attraverso audaci politiche locali e internazionali». Per Francesco occorre “un cambiamento radicale”: «Se vogliamo garantire il diritto fondamentale a un tenore di vita adeguato e adempiere i nostri impegni per raggiungere l’obiettivo Fame Zero», spiega il Pontefice, « non basta produrre cibo. C’è bisogno di una nuova mentalità e di un nuovo approccio integrale e di progettare sistemi alimentari che proteggano la Terra e mantengano al centro la dignità della persona umana; che garantiscano cibo sufficiente a livello globale e promuovano il lavoro dignitoso a livello locale; e che nutrano il mondo di oggi, senza compromettere il futuro». La crisi che stiamo affrontando, ha concluso il Papa, «è in realtà un’opportunità unica per impegnarsi in dialoghi autentici, audaci e coraggiosi, affrontando le radici del nostro sistema alimentare ingiusto».

Il pre-summit di questi giorni vuole essere, secondo le direttive dell’Onu, un “vertice popolare” che annovera, tra i tanti partecipanti, giovani, agricoltori, popolazioni indigene, società civile, ricercatori, settore privato, leader politici e ministri dell’agricoltura, dell’ambiente, della salute, dell’alimentazione e delle finanze. «L’evento», come si legge nella nota ufficiale, «ha il compito di presentare gli ultimi approcci scientifici, provenienti da tutto il mondo, per la trasformazione dei sistemi alimentari; di riunire le idee migliori di tutti i partecipanti; di avviare una serie di nuovi impegni attraverso azioni congiunte; di mobilizzare nuovi finanziamenti e collaborazioni».

Tra gli obiettivi anche quello di dare priorità a soluzioni rivoluzionarie. Ed è su questo punto che il Wwf  ha portato un contributo alla riflessione verso un ripensamento dell’attuale sistema di produzione e consumo della carne e dei derivati animali, rendendo pubblica una ricerca della campagna Food4Future “Dalle pandemie alla perdita di biodiversità. Dove ci sta portando il consumo di carne”. I numeri presentati sono preoccupanti, a partire dal fatto che, rispetto agli anni Sessanta, la quantità di carne prodotta oggi è 5 volte maggiore, che il 60 per cento della biomassa dei mammiferi sul pianeta è costituito da bovini e suini da allevamento, il 36 per cento da umani e appena il 4 per cento da mammiferi selvatici, che gli allevamenti intensivi sono responsabili del 14,5 per cento delle emissioni totali di gas serra e che iI 75 per cento delle malattie emergenti è di origine zoonotica. Il Wwf si rivolge al pre-vertice perché «è arrivato il momento di riconoscere che la salute degli esseri umani è strettamente legata alla salute degli animali e dell’ambiente ed è urgente mettere in atto una transizione agroecologica anche della zootecnia in cui si eliminino progressivamente gli allevamenti intensivi industriali».

Numerose sono le organizzazioni che hanno rifiutato un coinvolgimento formale al vertice: tra queste anche Slow Food che, attraverso una lettera, firmata da altre 550 organizzazioni operanti nel settore alimentare, indirizzata ad António Guterres, ha rinunciato a prendere parte al raduno. «Il rischio più grande», scrive Slow Food, «è rappresentato dal corporate capture, quel fenomeno per cui l’industria privata usa la sua influenza politica per prendere il controllo dell’apparato decisionale dello Stato, come le agenzie di regolamentazione, gli enti che applicano la legge e i governi. Tutto ciò può tradursi in leggi e politiche di cui beneficiano le corporazioni, mentre spesso l’ambiente, le persone a basso reddito e le comunità di colore risultano danneggiate».

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