Sessant’anni di diritti umani

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Nata nel 1961, Amnesty International è oggi presente in 70 Paesi e conta sette milioni di sostenitori, che si battono per la libertà e la giustizia, salvando in media tre vite al giorno. Un traguardo straordinario, anche se molto resta ancora da fare. 

 

Quando il 28 maggio 1961, l’avvocato inglese Peter Benenson lanciò dalle colonne del The observer un appello per la liberazione di due ragazzi portoghesi, arrestati dalla polizia di Salazar con l’accusa di avere fatto un brindisi alla libertà, di certo non immaginava che le sue parole avrebbero dato il via a un movimento di portata internazionale che avrebbe condotto a importanti cambiamenti sociali. Nei giorni successivi, il suo articolo fu ripreso dalla stampa di tutto il mondo e migliaia di persone, da ogni angolo del globo, condivisero la richiesta di amnistia, inviando un telegramma o una lettera. Era la prima volta che gli sguardi e le azioni di persone e popoli lontanissimi si concentravano contemporaneamente su un unico obiettivo: un atto di giustizia e solidarietà. Era la prima campagna di Amnesty International. Da allora sono trascorsi molti anni e Amnesty è diventata un’organizzazione non governativa internazionale, il cui l’ufficio centrale londinese coordina le sezioni locali di 70 Paesi e oltre sette milioni di persone, tra sostenitori, soci e attivisti. Avendo sempre come faro la Dichiarazione internazionale dei diritti umani approvata dall’Organizzazione delle nazioni unite (Onu) nel 1948, l’ong in questi anni ha restituito libertà e dignità a oltre 50 mila persone, salvando in media tre vite al giorno.

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Annalisa Misceo

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