La rivoluzione del lavoro

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Domenico De Masi, docente all’Università La Sapienza di Roma, è un esperto di smart working. E anche un convinto sostenitore di questa modalità organizzativa, che produce vantaggi per i dipendenti e per le imprese.

Fino a metà febbraio del 2020 gli italiani in smart workingerano poco più di mezzo milione. Ai primi di marzo, causa pandemia e relativo confinamento a casa, sono diventati otto milioni. Con le riaperture estive il numero è in buona parte diminuito per poi ricrescere in autunno. Domenico De Masi, docente emerito di Sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma e già preside della Facoltà di Scienze della comunicazione presso lo stesso ateneo, al telelavoro ha dedicato una vita di studio. E, con l’ultimo libro (Smart working, Marsilio, pp. 688, € 24), ha provato a tracciare le tendenze future e a capire come cambierà il nostro rapporto con il lavoro e come cambieranno, di conseguenza, le città in cui vivremo.

Professor De Masi, ma se era così semplice introdurre lo smart working, perché non l’abbiamo fatto prima?

«Una bella domanda, che dovrebbero porsi innanzitutto gli imprenditori e gli azionisti di tante società. Il 1° marzo di quest’anno lavoravano in smart workingpoco più di mezzo milione di italiani, una cifra che il 10 marzo − subito dopo il decreto − è balzata a otto milioni. Il fatto è che dietro questi lavoratori ci sono circa 800 mila capi chiamati a prendere le decisioni sul telelavoro o sullo smart working, di cui peraltro si parla da anni. Ci sarebbe stato tutto il tempo per organizzare al meglio i contratti, il personale, le tecnologie. E invece nulla è stato fatto, i capi del personale hanno fatto di tutto per resistere a questo cambiamento».

Il seguito sulla rivista

Thomas Bendinelli

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