Il mondo che costruiremo

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Abbattere i muri, ripensare l’economia, migliorare le connessioni anche attraverso la tecnologia. Ecco i tre “pilastri” sui quali edificare una società più equa, più unita, più umana.

Il mondo del futuro ancora non c’è, e proprio per questo possiamo sognarlo, desiderarlo, progettarlo. E poi provare a crearlo, insieme, ciascuno facendo la propria parte. Perché siamo tutti sulla stessa barca e solo remando nella medesima direzione eviteremo di affondare e potremo andare avanti. Credo sia questa una delle lezioni della pandemia. Ma per edificare un mondo nuovo occorrono mattoni. Proviamo a indicarne tre dai quali non si può prescindere per avere fondamenta solide. Il primo mattone: abbattere i muri. Quello che dovremmo costruire è un mondo unico, senza muri né frontiere, un artificio che non serve a rendere la vita migliore, anzi la complica, in maniera drammatica per una parte di umanità. Recentemente il Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati, ha pubblicato Come orizzonte il mondo, un volumetto dal titolo evocativo, che racchiude tre discorsi pronunciati da padre Adolfo Nicolàs, superiore generale della Compagnia di Gesù. Questi ultimi, del 2008, del 2014 e del 2016, contengono un messaggio profetico e, anche se risalgono a tempi non sospetti, suggeriscono prospettive per il dopo-pandemia. Nel primo discorso padre Nicolàs ricorda l’esperienza vissuta al Centro pastorale per i migranti di Tokyo, e riflette su quel particolare tipo di frontiera che portiamo dentro, «perché tutti noi siamo insicuri, tutti noi abbiamo paura […] Abbiamo già paura prima di uscire in strada, abbiamo già paura dentro di noi».

Il seguito sulla rivista

Vania De luca

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