Fame di giustizia vera, fin da piccole

Le proteste antirazziste in America e la foto della piccola “arrabbiata” ci ricordano il cammino ancora da fare per i diritti.

«Senza giustizia non c’è pace», grida con gli occhi pieni di rabbia la bambina apparsa con irruenza in uno dei video che raccontano le proteste americane (e mondiali) di maggio, seguite all’assassinio di George Floyd. Impressionano, di quella piccola, l’insistenza, la forza e persino il pugno alzato rivolto alla telecamera. Si capisce che è spontanea, un’icona, suo malgrado, di quanto sia profondamente sconvolgente e radicalmente aggressivo il razzismo anche nella coscienza dei bimbi. Non ci possono credere, non ci possono stare. Sentono che si  teorizzano pari opportunità affinché tutti possano raggiungere felicità e soddisfazioni nella propria vita. Poi, però, vedono questi principi sistematicamente smentiti. E non solo negli Stati Uniti. E allora ci si sente doppiamente frodati. Se poi si è femmina, bambina e nera, ecco, immaginando il futuro, la rabbia viene decuplicata. E nasce uno slogan, che forse possiamo comprendere, ma non accettare in pieno. È vero: senza giustizia, formale, giuridica, ma soprattutto sostanziale, diffusa e costante, non occasionale, a seconda degli eventi, senza la vera grande innovazione delle democrazie mature, non può esserci vera pace. Può, al massimo, essere garantita l’assenza di conflitti violenti, ma la pace è un’altra cosa. Eppure, le democrazie – pur con diversi accenni e toni – negli anni hanno fatto un’ulteriore conquista: la maturazione, nella gestione dei conflitti, anche della scelta non-violenta. «Adottiamo i mezzi della non-violenza perché il nostro fine è una comunità in pace con sé stessa. Cercheremo di persuadere con le nostre parole, ma se le nostre parole falliscono, cercheremo di persuadere con le nostre azioni». Così diceva Martin Luther King e fu ucciso per questo.

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Vittorio Sammarco

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