Perché cercate tra i morti chi è vivo?

In un momento in cui molte famiglie sono state colpite dal lutto, padre Alberto Maggi ci parla della morte. E ci spiega perché non sarà lei a dire l’ultima parola sulla nostra esistenza.

Le fosse comuni di New York, i sindaci e i vescovi in cimiteri o chiese vuote, le camionette dell’esercito a Bergamo in un surreale corteo funebre, i corpi riversi attaccati ai respiratori nelle terapie intensive di tutto il mondo. C’è qualcosa di mai visto in queste immagini d’inizio 2020, funestato da centinaia di migliaia di decessi a causa del covid-19. Chi avrebbe mai pensato che, nell’epoca della tecnica e delle sue «magnifiche sorti e progressive», si potesse tornare a morire soli? Che proprio noi, che fino a ieri prendevamo aerei come fossero autobus, ci saremmo ritrovati fuori da cliniche, case di riposo o templi crematori a fare i conti con il senso di impotenza, di finitezza, di straziante solitudine? Padre Alberto Maggi sulla morte riflette da tempo, ancor più da quel 2012 in cui, improvvisamente, si è ritrovato in un letto d’ospedale con una diagnosi che lasciava poche speranze: dissecazione dell’aorta. Dopo un anno di peripezie da degente, è uscito il suo libro che riporta nel titolo la frase con cui aveva salutato medici e infermieri prima dell’operazione più rischiosa: Chi non muore si rivede (Garzanti). Il «frate innamorato della libertà» – come lo ha definito il teologo Vito Mancuso – ha ripreso il tema del morire, centrale per i credenti e non solo, nel 2017 nel volume L’ultima beatitudine. La morte come pienezza di vita, edito dalla medesima casa editrice.

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Marta Perrini

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