Ogni cosa è… organizzata

Getty Images

A partire dall’esperienza del lockdown, la professional organizer Sabrina Toscani fornisce consigli per riordinare la casa, il lavoro, la vita. Perché l’ordine che c’è fuori ci fa stare bene dentro.

Volenti o nolenti, la quarantena ha obbligato gli italiani a dedicarsi a questioni lasciate a lungo irrisolte per mancanza di tempo. Anche chi durante il lockdown non ha mai interrotto il lavoro ha avuto più tempo libero, perché ha dovuto interrompere la socialità e le attività all’esterno: niente più cinema, happy hour, palestra, ma solo e sempre a casa. Come si sono comportati gli italiani in questi mesi? Hanno colto l’opportunità per riorganizzare la loro vita? «Innanzitutto, occorre considerare che non si è trattato di una libera scelta», ci tiene a precisare Sabrina Toscani, fondatrice di Organizzare Italia, co-fondatrice e presidente dell’Associazione professional organizers Italia (Apoi), oltre che autrice del libro Facciamo ordine in casa, nel lavoro, nella vita (Mondadori). «L’atto di riprendere in mano la propria vita dovrebbe, invece, essere il frutto di una valutazione indipendente. Tuttavia, dal mio osservatorio posso dire che gli italiani in questo frangente si sono divisi in due categorie: chi ha continuato la vita di sempre e chi, invece, ha colto l’occasione della quarantena come un’opportunità per inseguire i propri sogni, per dedicarsi a occupazioni casalinghe prima trascurate, per imparare lingue straniere. Un grande entusiasmo che, però, si è presto spento».

Perché è successo?

«Perché non c’era una valvola di sfogo. Per molti si è trattato di una sfida impari: la casa troppo piccola, la perdita del lavoro, i bambini da badare per ore senza aiuti… è diventato tutto più complesso».

E se l’inverno prossimo dovremo fronteggiare una seconda quarantena?

«Almeno avremo già un’esperienza pilota alle spalle…».

Magra consolazione…

«No, anzi… Proprio perché abbiamo già vissuto il lockdown, potremo replicare ciò che ha funzionato bene e migliorare ciò che, invece, ha funzionato male. Perciò partiamo dall’osservazione, chiedendoci: ha funzionato la condivisione degli spazi e dei tempi? Come è possibile suddividere la giornata per ottenere il meglio da ogni attività? Siamo riusciti a conciliare smart working e didattica a distanza?».

Il seguito sulla rivista

Francesca Fabris

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.