I giovani rider che non si fermano

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Durante i giorni più duri della pandemia hanno continuato il loro giro di consegne. Precari, senza tutele sindacali, senza protezioni e senza paghe dignitose. In attesa di un riconoscimento legale.

Non solo cibo. I rider non si sono fermati mai. Nelle piccole e grandi città hanno continuato a pedalare portando da una parte all’altra pacchi e pacchetti. Just Eat, Glovo, My Menu, Deliveroo, Foodora, solo per citarne alcuni, hanno moltiplicato le corse. Tra fine febbraio e i primi di maggio, cioè durante le settimane di chiusura totale degli esercizi commerciali, hanno aiutato chi, recluso in casa, attendeva piatti pronti o piccoli oggetti. Gli esercenti si sono affidati al personale che già usavano prima e alle piattaforme. E anche chi non aveva mai ordinato prima a domicilio ha scoperto questo modo di ricevere e spedire pacchetti. È stato ed è un servizio, certo, ma con forti criticità per quanto riguarda le persone che eseguono il lavoro e che si relazionano non con un datore di lavoro fisico, bensì con app, algoritmi e strumenti tecnologici. L’unica presenza materiale è quella dei rider (o fattorino, o corriere) che lavora in estrema precarietà, senza tutele, senza paghe dignitose, senza riposi, senza protezioni. E in tempi di Covid-19 si è aggiunto il rischio di contagio, in agguato per questi ragazzi e non solo per la clientela.

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Irene Panighetti

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