L’anno dello smart working

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Il 1° maggio dell’era Covid-19 verrà ricordato per l’avvio del lavoro a casa, una novità per il nostro Paese. I vantaggi sono chiari a tutti. Ma le donne con figli avrebbero bisogno di maggiore supporto.

Il 1° maggio, festa dei lavoratori in molti Paesi del mondo, nasce per ricordare le lotte per la riduzione della giornata lavorativa. Quello di quest’anno, è sicuro, non lo dimenticheremo facilmente. Il 1° maggio dell’era del Covid-19: nessun concertone e nessun pic-nic in questa primavera anomala. Il 1° maggio dopo settimane e settimane di isolamento, di lavoro a casa, smart o meno smart. Il 1° maggio dopo la riconversione produttiva di numerose aziende e la chiusura forzata di altre. L’innovazione, improvvisa e non programmata, è toccata a tutti, volenti o nolenti. Dalla seconda metà di febbraio, a seguito delle indicazioni governative, molti hanno iniziato a lavorare da casa; un mese dopo eravamo ancora di più alle prese con questa nuova routine. Preparati o meno, abbiamo dovuto adattarci. Attenzione, però, a non confondersi: non tutto, contrariamente a quanto si crede, è smart working. Il dipendente che, seppur da casa, deve rispettare rigidamente gli orari previsti dal contratto, incluse pause e altre possibili interruzioni, come se fosse al posto di lavoro, è tecnicamente un telelavoratore. Lo smart worker è, invece, il collaboratore che decide autonomamente quando lavorare e dove stare.

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Marta Perrini

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