Dovremo fare tesoro di questa esperienza

Agf
L’invito arriva dal regista Pupi Avati, che ha scritto una lettera aperta per raccontare pensieri ed emozioni nel difficile momento della pandemia. E anche per chiedere alla Rai di promuovere la cultura e i programmi di qualità.

L’idea era quella di chiamare Pupi Avati per fargli un’intervista telefonica. La distanza, con lui, non è mai stata un problema tanta è la stima reciproca, la confidenza, oserei quasi dire l’amicizia maturata in questi quarant’anni in cui il lavoro ci ha accomunato: lui a scrivere e a girare film, io a inseguirlo per raccontare i suoi set. Una fatica con certi suoi colleghi, un piacere spesso condito da personali soddisfazioni con lui. Probabilmente per il comune modo di sentire. Di Pupi, infatti, mi ha sempre colpito la profonda sensibilità nei confronti dell’essere umano. Anche il più controverso, smarrito, derelitto, che nelle sue storie riesce a trovare spazio per assurgere a personaggio. Vicende così semplici eppure grandi, straordinarie nella loro quotidianità, da sembrare conosciute a me spettatore, parte del mio passato familiare. Sovente, la chiacchierata professionale finiva con lui per sconfinare nei grandi temi, in una comunanza di sensazioni e d’interrogativi. Come quella volta sul set de I cavalieri che fecero l’impresa, una ventina d’anni fa. Una delle lavorazioni più complesse e costose per Avati (che i suoi film se li è sempre scritti e prodotti da solo con la società DueA Film, messa in piedi con il fratello Antonio). C’era da girare una sequenza complicata, con tante comparse a cavallo, accampamenti, armature, duelli, battaglie. Tra un ciak e l’altro, le cose andarono avanti per tutta la giornata. Io ero rimasto sempre lì, sul set, piazzato dietro la cinepresa o nascosto dietro una scenografia. Temevo, però, che Pupi, stanco per l’estenuante lavoro, mi desse buca. Alla fine, invece, dopo essersi rinfrescato, si sedette sorridente accanto a me e cominciammo a parlare.

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Maurizio Turrioni

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