Cosa resta del sogno americano?

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A 250 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, i principi di uguaglianza e libertà rischiano di essere compromessi da Donald Trump, che sta alimentando conflitti in tutto il mondo.

Il 4 luglio 1776 è una data che rappresenta uno spartiacque decisivo per la storia mondiale. A Philadelphia le delegazioni di dodici delle tredici colonie (mancava quella di New York, temporaneamente astenuta) votarono all’unanimità l’adozione della Dichiarazione d’indipendenza, proclamandosi «Stati liberi» e recidendo ogni legame con l’impero britannico. Sebbene la risoluzione formale fosse stata presentata già il 7 giugno e approvata dal Congresso il 2 luglio, fu la sera del 4 che il documento venne ratificato su carta di canapa. Redatto dalla Commissione dei cinque – insieme al principale estensore Thomas Jefferson c’erano John Adams, Benjamin Franklin, Robert R. Livingston e Roger Sherman – il testo non intendeva designare una nuova forma di governo. Il nucleo risiedeva in un’affermazione dirompente: «Tutti gli uomini sono stati creati uguali», portatori di diritti inalienabili tra cui «la vita, la libertà e il perseguimento della felicità». Si tratta della prima volta in cui la felicità viene garantita dalla legge e del primo documento in cui viene ribadito che ogni governo ha il dovere di farsi carico del benessere dei propri cittadini.
Per celebrare il 250° anniversario di quel giorno memorabile è stato organizzato America 250, una serie di iniziative che hanno preso il via nel 2023 e che attraversano tutti gli Stati Uniti con il duplice obiettivo di onorare il passato e invitare gli statunitensi a immaginare i prossimi 250 anni. Queste manifestazioni si svolgono in un presente caratterizzato da gravi contraddizioni e sfide ambiziose. Sul fronte economico il Paese a stelle e a strisce vive il paradosso di una solida crescita del Pil, al 2,4 per cento, che si scontra con un debito pubblico che ha superato la vertiginosa quota dei 39 mila miliardi di dollari. Il disordine globale, accentuato dalle misure protezionistiche, dall’abiura degli accordi internazionali e dai dazi voluti dall’amministrazione di Donald Trump, ha aumentato i rischi di recessione e accentuato la frammentazione interna. Le ripercussioni delle tensioni, in particolare i costi della guerra in Iran, gravano direttamente sui cittadini, costretti a fronteggiare un’elevata inflazione, con i prezzi di benzina e diesel aumentati rispettivamente a 5 e 6 dollari al gallone. Conflitti, questi, che si traducono in una forte polarizzazione. L’amministrazione appare vulnerabile: basti pensare all’annullamento dei dazi globali da parte dei tribunali, ai fondi decurtati dallo stesso Senato a maggioranza repubblicana e a indici di gradimento ai minimi storici. Sintomo eclatante di questo indebolimento istituzionale è la recente alleanza alla Camera tra repubblicani “dissidenti” e democratici per limitare i poteri di guerra del presidente, sulle cui condizioni psico-fisiche, peraltro, si cominciano a nutrire dei dubbi.

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di Marta Perrini

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