I colossi verdi della Sila

Nel cuore della Calabria sorge una riserva oggi custodita dal Fai, dove pini monumentali, antiche lavorazioni del legno e un ecosistema unico raccontano una storia che unisce natura, cultura e spiritualità.
«Vista da vicino la Calabria non è come te l’aspetti. Quando si sale da Cosenza e ci si addentra nella Sila Grande, su per i tornanti fino all’altipiano più grande d’Europa, con i laghetti blu e le distese di pini, sembra il Canada o la Svizzera. Passi perfino davanti all’hotel Edelweiss, mangi funghi porcini e c’è un Parco nazionale che arriva quasi a duemila metri e che è un vanto dell’Italia nel mondo». Così il Fondo per l’ambiente italiano (Fai) presenta sul suo sito internet (fondoambiente.it) l’enorme area protetta della Sila (il termine deriva dal latino silva, ovvero «bosco»), quasi 74 mila ettari. Al suo interno si trova la riserva naturale dei Giganti della Sila, noti anche come Giganti di Fallistro.
L’ignaro visitatore, perso tra le mappe delle magnifiche (e costose) Dolomiti o tra l’impervio Appennino centrale, si ritrova magari in quest’angolo di Sud Italia, specchio di una resilienza e di una “restanza” – per usare un termine ormai tornato in auge con l’antropologo calabrese Vito Teti – che sanno ancora guardare ai ritmi lenti dell’uomo, riconoscente per le meraviglie del Creato.
Una storia antica, quella dei Giganti, che continua ad affascinare ancora oggi. La riserva si estende per cinque ettari nel Comune di Spezzano della Sila e custodisce un bosco secolare. Qui si ergono 58 pini larici, alcuni di oltre 350 anni e alti fino a 45 metri.
In un territorio montano che in Italia, da nord a sud, spesso rincorre ricchi guadagni attraverso le funivie o viene disboscato per interessi commerciali, fanno da contraltare proprio i Giganti, un’area in cui vengono protette specie autoctone a rischio di estinzione.
Immergendosi nella riserva, è sempre il Fai a fare da guida: «Lungo i sentieri ci si sente in un safari, in una specie di parco preistorico dove i tronchi caduti sembrano dinosauri e la natura appare sproporzionata, gigantesca, appunto. Sorprende, dà le vertigini, risuona di fruscii, strepitii, il bosco respira, vive e pare perfino che due alberi si abbraccino. Ci si sente un po’ estranei, alieni in questa natura selvaggia».
Ma, in realtà, bisogna aprire bene gli occhi e riconoscere che il bosco non è affatto selvaggio, ma semmai un residuo di un paesaggio autentico. Piantato circa 400 anni fa dai baroni Mollo, serviva a proteggere l’omonimo Casino, ovvero la residenza padronale, dai venti gelidi e a riparare le greggi. Tutto ciò nel 2016 è stato donato dalla famiglia al Fai, che ora ne cura la gestione, proteggendo l’ecosistema e rendendolo fruibile agli appassionati della vacanza slow.
Il Fondo sta attualmente completando il restauro dell’antico Casino, già parzialmente riaperto dal luglio del 2025. Si prevede che i lavori vengano terminati entro il 2027.
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di Gianni Di Santo


