Il “dantesco” di tutti i giorni

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È il 25 marzo di quest’anno il cuore delle celebrazioni per il settecentesimo anniversario della morte di Dante. Lo chiamiamo padre della lingua perché è stato uno dei primi, nel De Vulgari eloquentia, a teorizzare (in latino) la dignità letteraria dell’italiano, che egli chiamava come i suoi contemporanei «volgare», perché, detto molto in soldoni, era l’esito del latino, trasformato, contaminato, e utilizzato nel parlar comune dal volgo appunto, cioè il popolo, almeno dalla fine dell’Alto Medioevo. Ne è padre anche perché ha contribuito non poco ad arricchirla e a diffonderla. Le prime attestazioni scritte di volgare italiano precedono di poco l’anno Mille. Trecento anni dopo la lingua era matura per la Divina Commedia: una lingua stupefacente, libera, in cui tutti i registri, dal più basso (parolacce comprese) dell’Inferno al più elevato del Paradiso, erano contemplati e che, anche per merito di Dante, s’è diffusa, grazie alla fortuna popolare di cui la Commedia ha goduto fin da subito con letture e spiegazioni pubbliche nelle piazze. Sappiamo dal linguista Tullio De Mauro che il 90 per cento delle parole che comunemente usiamo era già lì dentro, anche se molte da allora hanno cambiato significato. Il che spiega la difficoltà di addentrarsi, oggi, nella lingua dantesca senza un bel corredo di note.  Padre Dante ha lavorato anche in termini di creatività, nel senso che alcune parole – non poche – se le è proprio inventate: alcune sono rimaste degli unicum o quasi, come il verbo «immillarsi», coniato da «mille» per rendere l’idea del moltiplicarsi a migliaia, che non ci sogneremmo di perpetuare nel parlare corrente, ma che è stato usato da poeti come D’Annunzio. Ma anche «inurbarsi» (riferito a popolazioni che da rurali diventano cittadine), che invece usiamo eccome, magari nella convinzione che sia termine un tantino burocratico, sorto nelle carte di qualche oscuro funzionario, e invece è proprio dantesco. Né siamo consapevoli, come ci ha fatto notare un giorno Francesco Sabbatini, abilissimo divulgatore, già presidente dell’Accademia della Crusca, di adoperare un conio di Dante Alighieri ogni volta che nelle onde di una giornata faticosa ci diciamo in «altomare», nel senso di mare «profondo», dall’altus latino: ci illudiamo di parlare delle nostre grane quotidiane e, invece, citiamo il canto di Ulisse, nientemeno. Per domande su sintassi e lingua: coltiviamo.italiano@gmail.com

Elisa Chiari

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