Un Paese senza speranza

Dal 5 all’8 marzo papa Francesco è atteso in Iraq. Un viaggio a rischio in una terra stremata dalle guerre, dalla povertà, dal terrorismo, dal malgoverno e dalla corruzione.

L’Iraq attende papa Francesco dal 5 all’8 marzo. È un’altra delle missioni difficili e coraggiose del pontefice, come fu il viaggio nella Repubblica Centrafricana del 2015. Una visita a rischio in un Paese stremato dalle guerre, dal terrorismo, dalla povertà, dal malgoverno, dalla corruzione. Stremato soprattutto dalla mancanza di speranza. Qui c’è una piccola comunità cristiana che, dopo le persecuzioni patite durante la spietata dittatura dell’Isis, oggi condivide le sofferenze e le paure della popolazione musulmana. Ormai, in questo territorio, come ha detto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, «la comunità cristiana è ridotta ai minimi termini», a causa di una inesorabile «emorragia di cristiani». Per questo motivo il Papa sente «il bisogno di andare e di dare coraggio a questi cristiani, di invitarli a continuare a dare la loro testimonianza nonostante le difficoltà». Da Baghdad, un altro cardinale, Louis Raphaël I Sako, patriarca dei Caldei, ricorda che «la gente chiede sempre quando arriveranno la pace e la difesa della dignità umana, anche se da quasi vent’anni siamo in una situazione simile, dominata da confusione e anarchia. Dunque, ci vuole tempo. Ma prima del tempo ci vuole buona volontà da parte dei politici. Se non c’è questa, non ci sarà la pace. Anche le milizie devono ubbidire al governo iracheno e il governo deve imporre il ritiro delle armi».

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Roberto Zichittella

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