I giorni del dolore e della speranza

Marzo e aprile sono stati i mesi più neri nel Nord Italia, con il record di contagi e decessi soprattutto a Bergamo e a Brescia. Abbiamo sentito il sindaco di Brescia Emilio Del Bono, la voce provata da questi mesi durissimi.

Sindaco, qual è la situazione?

«È stato uno tsunami terribile, oggi (8 aprile, ndr) abbiamo iniziato a intravvedere una sofferenza minore: sono cento accessi al giorno nei pronto soccorsi cittadini, un quarto rispetto agli accessi di marzo. Il numero dei ricoverati è ancora molto elevato, mille tra Ospedale Civile (700) e la Poliambulanza (300), ancora numeri alti, ma sono 300 ricoverati in meno rispetto al mese scorso Sta scendendo piano piano l’ospedalizzazione, mentre le terapie intensive sono ancora tutte occupate, quindi non è che ne siamo usciti, ma siamo in una fase in cui non abbiamo più i ritmi di crescita esponenziali che avevamo a marzo».

Lei è stato sempre presente, in prima persona, facendosi carico di tutto il dolore dei cittadini.

«Il Comune ha sentito subito l’urgenza di mettersi a fianco delle persone perché la nostra era una comunità smarrita, sofferente. Una comunità che aveva bisogno di un’umanizzazione dell’istituzione: le strutture sanitarie sono fondamentali ma si ha bisogno di un volto; al sindaco chiedi tutto, chiami perché non sai dove è finito il tuo parente, lo chiami perché non hai da mangiare, perché non sai come muoverti in casa con 40 di febbre. Ho avvertito subito questa esigenza, è stato molto difficile e mi sono caricato di una sofferenza enorme, un’onda di dolore e di paura, una lotta continua con il tempo. Dolore perché in un mese in città abbiamo avuto quasi 600 decessi, 4 volte di più della media, 1500 se contiamo tutta la provincia. Quei numeri intercettano quartieri, comunità, associazioni, famiglie, perché Brescia non è una città piccola, ma è piena di reti, di collegamenti, ci si conosce e tutti sono coinvolti: c’è il direttore dell’associazione sportiva che è in terapia intensiva, il presidente del circolo culturale degli anziani del quartiere che è morto, c’è l’animatore della parrocchia che è a casa con 40 di febbre… alla fine tutto travolge. Sei lì in mezzo a questa tempesta, nel mare agitato e capisci che nella barca ci devi stare e devi anche dare un senso alla rotta».

Come si è sentito in questi mesi?

«Mi sono sentito di dover rappresentare la mia città, anzi più che un dovere mi sentivo naturale e normale che in questo momento rappresentassi dal medico di base alla signora anziana a letto con la febbre. Questi giorni mi hanno fatto invecchiare, non c’era più la scansione della giornata, non c’era più orario, era tutto uguale e tutto nero, difficile».

Qual è stato il momento più duro?

«Vedere tutte quelle bare che si accumulavano è stato straziante, abbiamo dovuto occuparci di cose veramente dolorose, come comprare dei frigoriferi per le salme. E’ un avere a che fare tutti i giorni con la morte, che certo è una dimensione della vita, ma non in queste proporzioni. Volevo evitare a ogni costo quello che è successo a Bergamo, i camion militari che hanno trasferito le bare per essere inumate in un’altra provincia, addirittura in un’altra regione: pur nell’anonimato di tante bare che non avevano il conforto dei loro cari, i nostri morti sono rimasti qui, ed è stato importante. Non volevo assolutamente che questo potesse accadere a Brescia, avrebbe lasciato una ferita terribile e abbiamo cercato in tutti i modi che restassero qui».

Come si sono mosse le istituzioni?

«La regione ci ha lasciato soli, gli ospedali hanno retto perché sono stati bravi, dagli inservienti ai direttori; è come se fosse passato un po’ il concetto che avevamo le forze per uscirne da soli e questo ha pesato e ha portato anche tensioni. In Comune ho avuto una bella squadra che non ha mai mollato un minuto, sempre presenti, non si sono risparmiati e questo è stato decisivo. Sapevo che se chiamavo di notte, c’era sempre qualcuno che rispondeva e faceva. E poi ci siamo occupati di tutta quella parte di comunità non visibile e fragile, penso ai senza fissa dimora, ai disabili».

Eppure in questo momento così cupo è diventato chiaro, a tutti, come l’unico modo per uscirne è la comunità, la sensazione di appartenere a qualcosa di più grande che si prende cura di noi e di cui noi ci dobbiamo prendere cura.

«È stato pazzesco, quando abbiamo chiesto una mano per la distribuzione dei pasti nelle case si sono presentati in 600 volontari dei quartieri, non parliamo dei gruppi di protezione civile, delle associazioni che hanno risposto benissimo all’appello e anche del personale del Comune. Con la paura di ammalarsi, di esporsi ma, nonostante questo, tutti erano lì a dare una mano. In questa enorme sofferenza, in questa vera emergenza la città ha tenuto, il senso della città l’ho percepito fortissimo. C’è una densità di valori e di umanità insieme alla compostezza del dolore. Brescia è una città che mi sorprende tutte le volte: ha una profondità di valori e umanità, ha una struttura solida, una sostanza che è figlia del nostro vissuto, città stratificata, contaminata da diverse popolazioni, città dell’accoglienza, città cristiana, città generosa, anche economicamente».

Adesso che tutto ancora non è finito quali passi la attendono?

«Il mio pensiero va a come gestiremo i trasporti, il riavvio delle attività economiche e culturali: le linee ci verranno date del governo ma sarà importante capire come accompagnare la nostra comunità. E poi ora sarà importante ritessere, trovare il giusto modo per ricordare chi se n’è andato e non smarrirsi».

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