L’esperienza dei corridoi umanitari

Nel nostro immaginario è diventato un cimitero. Non riusciamo a ricordare da quando, ma è così. E stride, stona, perché per secoli è stato fonte generativa, collegamento vitale, approvvigionamento, bellezza, natura, avventura. Il mare che bagna le coste meridionali dell’Europa, quelle occidentali dell’Asia anteriore e quelle settentrionali dell’Africa come a unirci in un unico bacino, il mare nostrum latino, il sogno di esploratori e commercianti.

Alla fine del 500 dopo Cristo fu Isidoro di Siviglia, il vescovo cui è intitolata la città spagnola, il primo a citare il Mediterraneo come nome proprio, non più come aggettivo. Sino ad arrivare alla metà del secolo scorso, quando Fernand Braudel, il grande storico francese, ne ha parlato come di un’area culturale «che lega andalusi e siciliani, libanesi e algerini e li rende tra loro simili e, nello stesso tempo, diversi dalle genti settentrionali». Oggi, invece, lo osserviamo tenere a galla salvagenti, inghiottire corpi ormai gonfi, barche alla deriva. Si stima che solo negli ultimi anni oltre 19 mila persone abbiano perso la vita tra le sue acque.

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di Marta Perrini

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